L’industriale

L’industriale

gen 20
L’industriale

Congelato nella storia come nella recitazione, dalle movenze agli sguardi degli attori, “L’industriale” è un perfetto film di stampo impegnato, che vorrebbe esserlo fino in fondo ma che, fino in fondo, non ci riesce. Una sorta di esercizio di stile mancato, si potrebbe azzardare, per un’opera fredda e distaccata che, nonostante tutto, riesce a scuotere l’animo in un secondo tempo decisamente più intenso.
Un uomo ricco e realizzato (Nicola) appartenente a quella classe sociale agiata fatta di cocktail e serate di gala, gioielli e champagne, dove quando si parla di soldi si parla sempre di milioni, è in crisi profonda a causa dell’imminente fallimento della sua azienda familiare ed, ergendosi a portavoce dei diritti lesi dei suoi lavoratori, fa della ricerca di finanziamenti la sua ossessione; tanto da trascurare la bellissima e dolce moglie, Laura, figlia di una madre rigida ed esageratamente snob, che si lascia trasportare emotivamente dalla delicata corte di un gentile garagista rumeno.
Se l’inizio del film ci fa pensare ad un racconto di denuncia, rivolto ad una società spietata, dove non si concede la grazia nemmeno ad un uomo ricco e facoltoso che non chiede altro se non di poter salvare la sua fabbrica e con essa innumerevoli famiglie di lavoratori, la seconda parte vira bruscamente e ripiega su un dramma che è del tutto esistenziale, interno al protagonista il quale, logorato da una sempre più insistente gelosia, perde la rotta e il senso delle sue azioni.
Drammatico quindi sotti tutti i punti di vista, dal sociale al personale, è un film che, anche se apparentemente soporifero in un primo momento, è capace di stupire con uno scossone quasi improvviso che risveglia l’attenzione e il pensiero.

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